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Taranto vecchia

>> Dal Libro Inchiostro di Puglia
Taranto Vecchia – di Maurizio Cotrona


(…) Giovanni alza la testa e getta uno sguardo lontano, verso l’orlo del mare ritagliato da palazzi a quattro piani verniciati con un marrone che nessuno sceglierebbe per la propria casa e le tapparelle verdi abbassate, palazzi dai cui tetti spuntano tubi a sonagli, lunghi e stretti. Quando vede comparire la prua rotonda della sua barca, l’agitazione diventa frenesia: su, giù, avanti, indietro, alza le braccia, le abbassa, salta, come un naufrago che vede passare una nave all’orizzonte.


La paranza, né grande né piccola, non ha ancora attraccato che lo zio si sporge e gli passa una cassetta di plastica viola con dentro il pesce migliore della giornata. Giovanni la porta all’ombra, in un angolo dove ha già preparato tutte le sue cose, di fronte ad un edificio con assi di legno inchiodate alla finestre e l’ingresso murato alla meglio, e comincia a lavorare con gesti rapidi e precisi: suddivide il pesce in parti uguali, come non riuscirebbe mai a fare con le pere e le mele dei problemini che gli danno a scuola, e lo avvolge prima in fogli di carta oleata e poi dentro le pagine rosa di un quotidiano.


Se non è possibile fare le parti uguali usa un sistema tutto suo di equivalenze: tre triglie valgono quanto un’orata, quattro gamberi quanto una spigola, una spigola almeno quanto cinque polpi, una aragosta basta da sola per due giorni. Ne vengono fuori quindici pacchettini perfetti che sistema di nuovo dentro la cassetta e ricopre con del ghiaccio triturato nella cucina di casa sua con una centrifuga a manovella.


Si alza e via, a tutta velocità: oggi la cassetta è leggera leggera, il suo lavoro sarà facile. Portare il pesce migliore alle famiglie che lo comprano direttamente dalla barca e a quelle che il pesce migliore devono averlo, questo è il suo compito. In cambio guadagna spiccioli per un Twister e una Fanta, ma per lui conta soltanto la manona grata del papà fra i capelli e le pacche dei cugini più grandi.


Conta stare in un posto vero, giocare con la barca e le reti vere, per questo corre più veloce che può, vuole tornare al molo in tempo per le ultime faccende. Gli basta pensare a suo padre che tende una cima e a tutti quelli che gli orbitano attorno per sentire il cuore battere più forte e i piedi muoversi più rapidamente, si sente letteralmente trascinato in avanti.


Conosce l’isola come fosse il pianerottolo di casa sua e ha studiato il percorso più breve. Passa davanti alle facciate delle case agonizzanti ammassate su tutto l’arco della marina mentre le prime saracinesche cominciano ad aprirsi sputando fuori canzoni napoletane (…)


Quando ritorna sulla banchina si ferma per la prima volta a rifiatare e sorride: sono ancora tutti lì. Si intrufola tra i corpi sudati dei suoi compagni di lavoro a testa alta, prova a tirare in fuori tutto il petto che ha e indurisce lo sguardo.


Osserva, fa qualche domanda di cui conosce già la risposta, cerca un galleggiante dimenticato in un angolo, il lembo di una rete da tener teso, un buco da ricucire. Il padre, lo zio, i cugini e tutti gli altri oggi lo ignorano; anzi, sembrano sforzarsi di dargli le spalle e cominciano a brontolare: “Vattinn’” “Livt a nnanz” “Giuà, tu non c’ha sta’ a qua”.


Appena comincia a sentire odore di mazzate, Giovanni si allontana, sa qual è l’umiliazione a cui va incontro: qualcuno lo avrebbe preso alle spalle, afferrandolo dalle ascelle, e lo avrebbe portato via di peso senza fare alcuno sforzo, mentre lui agitava le gambe come un moccioso qualsiasi; lo schiaffo sarebbe stato la parte meno dolorosa della scena.


Va a sedersi sotto la vecchia pensilina Cariati e si mette a guardarli da lontano. Lì osserva con le sopracciglia aggrottate, lavorano l’uno per l’altro, senza dover chiedere nulla, senza fare commenti. Alcuni gesti sono minuti, da sarto, invisibili; altri richiedono una forza bruta che lui non avrà per moltissimi anni ancora, oppure sembrano parte di una lunga catena che proprio non riesce a intuire da dove cominci e come possa concludersi. Il solo immaginare di dover maneggiare i fiumi vorticosi delle reti sospese tra la barca e la piattaforma gli fa venire il fiato corto.


Giovanni osserva le schiene dei suoi pescatori che si piegano, le dita callose che si stringono su corde sottili, i denti serrati, gli occhi assonnati, le smorfie. Loro lavorano ancora per circa un’ora – in silenzio, senza guadarsi nemmeno – e poi, uno alla volta, tornano alle loro case per chiudersi dietro le tapparelle e provare a dormire. Il padre si asciuga le fronte con uno straccio grigio, lo getta sul ponte della barca e gli viene incontro: è bellissimo, con la sua folta barba nera, le braccia solide, il petto ampio, le larghe placche d’oro giallo che gli circondano il collo perfetto, pare un dio antico. Gli si avvicina e lo fissa con i suoi occhi perennemente abbagliati dal sole: “Giuà, nu t’fa vdè chiù a qua. E no tu dic’ chiù”.


Giovanni preme la labbra superiori su quelle inferiori e fa ‘sì’ con la testa. Quando tutti sono andati via si alza, va a sedersi vicino alla paranza della sua famiglia, sull’orlo di pietra della banchina, e stringe forte forte le palpebre. Presto un vento robusto comincia a soffiare sul suo viso, l’odore di legno bagnato diventa pungente, le urla dei gabbiani si fanno voci umane e le pietre su cui è seduto si mettono a dondolare, al ritmo delle onde. La chiglia della sua nave si solleva e ricade rumorosamente sull’acqua, mentre lui la conduce verso il mare aperto.


Riapre gli occhi e tutto è immobile: i larghi banconi di alluminio delle pescherie sono vuoti, la strada di lucido asfalto è deserta, una barca ricoperta di alghe marroni affoga un millimetro sotto il pelo dell’acqua. Dei vecchi magrissimi affollano le panchine, piegati sui loro bastoni. Giovanni si alza in piedi e guarda più lontano che può. Nuvoloni di polvere rossastra imbrattano la pancia delle nuvole più basse, lo sfondo del suo mondo ha i colori del ferro arrugginito. Il suo futuro è già vecchio.