389 Letture

La siggitedda di nonna Lucrezia


Quando morì mia nonna chiesi di ereditare una cosa soltanto.


È l’oggetto che più parla del mio legame con lei, perché nonna Lucrezia (nella sua Mesagne) ci si sedeva per fare qualunque cosa: pulire i fagiolini, spennare i tordi, soprattutto raccontarmi le storie.


Quelle popolari, in dialetto, la volpe e il riccio, cummà furmiculecchia.


Ero così piccola, seduta sulle sue gambe a cavalcioni, faccia a faccia, le voci sovrapposte perché le storie le avevo imparate a memoria e mi piaceva anticiparla, a volte rendendo impossibile il suo seguitare.


Allora lei si fermava e chiedeva “insomma, la racconto io o la racconti tu?” E io “no no racconta tu!”.


Ricordo quel raccontare sempre uguale, io a cavalcioni sulla nonna, donna solo in apparenza poco affettuosa, come un grandissimo dono di amore. E credo che il bene che ho poi voluto al mondo derivi da quel raccontare rudimentale e dolce.


Raccontare, al paese mio, si dice cuntari, la stessa parola per dire contare, nel senso dei numeri, ma per me anche nel senso di contare davvero, cioè essere veramente importante.


[La siggitedda è stata ridipinta da mio padre in questi giorni, per darle ancora nuova vita. Quella accanto appartiene a Milo (mio figlio), ora, viene dalla casa della prozia. Ma questo è un altro cuntu].


Francesca Delle Grottaglie