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Accettare Vasate

Un Racconto di Graziano Gala


Chi, mettendosi su uno di questi treni alimentati a bestemmie e speranze, vi dicesse che è felice e che le cose vanno bene non dovrebbe mai, e ripeto mai, essere un vostro amico.


Tremano le pareti, non siamo neanche a Foggia ed è già entrato un freddo, ma un freddo, che ti si staccano i ricordi dalle ossa.


Ieri, hanno chiamato. Di sera. Che uno la sera se la aspetta tranquilla, dopo aver passato a difendersi i tre quarti della giornata.


Professore, mi chiamano, professore, ed hanno ragione: quello sono. Non proprio professore però: docente precario, a chiamata, a contratto, a vuliss ‘a Maronna.


Mia mamma non mi chiamava professore. Mia mamma mi chiamava Marziano. Così mi chiamava, fin da quando mi ha partorito, ché allora professore non lo ero mica.


Poi un giorno alla mamma è venuto un tumore e vuoi una chemio vuoi uno sbalzo e la mamma non mi ha chiamato più, né professore, né Marziano.


Papà è rimasto con me, ma anche lui non mi chiama più – né al telefono né di persona – ché da quando è morta la mamma a papà gli si è chiusa la gola e quello pesa oltre cento chili e a sturarla, quella gola, con tutta quella voce e con tutte quelle parole, penso che ci vorrebbe un macchinario industriale di quelli che con lo stipendio mio, da precario, non ci possiamo proprio permettere.


A fumare è rimasto papà, a fumare e a rispondere al telefono. A riconoscere ogni prefisso italico, a tirare fuori dal bussolotto le sue previsioni intime da oracolo muto. Solo quello lo accende. Quello, le Marlboro e le partite dell’Inter: è diventata Lombardocentrica, in qualche modo, la nostra vita, ché le chiamate, a me, arrivano proprio da là.


«Vagnù, sei desiderato.» 
Eccola, la formula fissa, la comunicazione unica, il punto di contatto. Vagnù, mi chiama, ragazzo, pure che mo’ sono professore (precario, a contratto). E quando lui mi chiama dall’intercapedine del corridoio che porta alla stanza dove custodisce sigarette e telefono io farei prima a farmi la valigia e a uscire di casa. Rispondere, nel mio caso, è pura velleità.


«Gentile docente, si è resa disponibile una cattedra da sedici ore presso il comprens …»


Sì, devo dire sì, e devo dire grazie alla signora, alla cornetta e alla Telecom Italia ché se sono professore, legittimato come tale, lo devo a loro, e tutti gli studi effettuati a mamma morente e a papà fumante sarebbero nulli senza lo squillo del ricevitore.


«La aspettiamo domani. Dovrebbe accettare la sede distaccata, quella di Vasate.»


Con la scure, penso, con la scure, sbrindellando tutto, scompigliando i corridoi, fendendo i legni, chiedendo se per caso loro l’hanno vista la mamma mentre si arroccava in difesa, col tumore a progredire a ingoiare a infliggere in campo aperto le sconfitte quelle amare, con papà che non parla mica più che non ha molta voglia, con le macchine vendute a terzi e a quarti pur di racimolare l’affitto, coi piatti vuoti sempre vuoti ché la cena in questa casa è roba di fede e fantasia, con il telefono che deve squillare per forza ché emigrare, qui, è l’unica prospettiva rimasta, con il catrame che fumiamo a piombarci i polmoni nella speranza di ricostituire il nucleo familiare in qualche serie cadetta del purgatorio.


Bello sarebbe, da accettare, questo bosco immenso sconosciuto di nome Vasate che mi si prefigura in mente, tirando giù gli alberi costruendo casette piccoline come in Canadà che la mamma la canzone me la cantava sempre, la canzone, quand’ero un po’ chiuso e un po’ triste e molto Marziano, ché professore ancora non lo ero mica.


«Papà, è ora.»
«Curagg.»


Comunicazione interrotta, fine segnale, cornetta vigile, accendino in pugno, occhi asciutti, ché di piangere, quest’uomo, ha già pianto a sufficienza: se divento professore serio, non a contratto, io magari quel macchinario per la gola riesco a comprarlo per davvero con annessi pranzi e cene da servirsi regolarmente.


La porta di casa si chiude cigolando.


Quella del treno cigola, nell’aprirsi. 
Apprezzabile forma di continuità.


Qualche sedile, disonesto, accomoda un bugiardo che dice che andiamo verso il progresso e che chi resta lo fa per pigrizia. Magari, a dire così, si sente meglio, ché il cuore, magari, sta scivolando pure a lui all’altezza dello stomaco.


Gli altri zitti stanno, come papà, ché magari pure loro hanno qualche bosco da accettare con qualche altro fantasioso nome lombardo.


Ad aver la forza la continuerei, ‘sta telecronaca, ma il petto non tiene, la mano trema e a natale mancano novantotto giorni.


Mi sarebbe piaciuto, prima che partisse, lasciare due righe a mia madre, spiegare che parto pure io a polmoni cariati, padri muti in casa e amori irregolari che pure amo regolarmente. Che al nord piove sempre e che il sole è malato. Che il male come il suo adesso lo curano.


Che la penisola è piena di treni che portano altrove. Che magari un giorno a casa ci torneremo per davvero.


Che adesso mi servirebbe tantissimo una voce che canta, in filodiffusione, che il Canadà ha casette di legno, piccoline, dove non parte mai nessuno.