Rino, il ragazzo della carne.

Rino, il ragazzo della carne
di Tommy Dibari
(tratto dal libro “Inchiostro di Puglia”)

 

1982. Quell’estate Barletta scottava come un ferro da stiro bollente, il caldo inzuppava le ossa e si stava soffocati come pulcini dentro una scatola di scarpe. Se provavi a tirare su la testa per respirare, il mondo appariva in una luce zafferano come uno scatto fuori fuoco. Paolo Rossi aveva infilato tre pappine al Brasile di Falcão e pertanto, le sbombardate dei ragazzi contro il portone della Cattedrale Maggiore, avevano tutti i nomi della nazionale e di quella indimenticabile stagione.

 

Nel quartiere vecchio di Santa Maria, le donne della Marina comunicavano da un balcone all’altro infilzando le mollette nei panni stesi all’aria, si raccontavano i fatti loro e loro, così dicevano, mentre il profumo del ragù della domenica sbuffava da ogni pertugio come un treno a vapore. La povertà del quartiere in quegli anni cariava i sogni di chiunque, e l’eroina, proprio come l’acqua, si infilava dappertutto. I uagnon si facevano nei vicoli della chiesa di Sant’Andrea tra il piscio dei gatti e il ronzio delle zanzare, collassavano con le spalle al muro del carcere mandamentale oppure a torso nudo, sopra i basolati nei pressi delle scalinate. Stavano con il naso all’insù ad ammirare le stelle, ma visti da vicino erano soltanto merce avariata.

 

Santa Maria era il regno dei pescatori e quelli del centro non si erano ancora comprati tutti gli appartamenti del borgo antico. Il Fornaricchio scaldava tranquillamente le teglie di pasta al forno per il popolo con gli zoccoli e nessuno, proprio nessuno, immaginava che trent’anni dopo, da quelle parti, qualcuno avrebbe aperto un sushi bar e sarebbe andato pure bene.

 

Tra quelle sacche gengivali viveva Rino, quattordici anni a maggio di cui tre passati a fare il ragazzo della carne per conto della macelleria Capasso. Come un Super Santos schizzava da una parte all’altra della città per sentirsi dire più o meno la stessa cosa, ≪Sali, terzo piano!≫, o semplicemente, ≪Scendo io, aspetta!≫ Consegnava così salsiccia di cavallo, filetto tagliato sottile e chissà quante spancelle nei condomini della Barletta City. L’obiettivo da raggiungere era sempre uguale e valeva tutta la sua liberta: la mancia!

 

Tra i clienti di Capasso c’erano anche i genitori dei suoi compagni di scuola, quelli della terza B “Giuseppe De Nittis”, gente che apriva la porta e consegnava frettolosamente il resto senza una parola. Ma Rino se ne fotteva di tutti, lui correva e portava, portava e correva. ≪Signo’, a che piano?≫ E poi via a scorazzare con la sua bici senza freni lungo la litoranea di ponente in mezzo a pini marittimi, palme avvelenate e fogna rotta. Magro come un fil di ferro e nero nero come un vermetto, se ne stava dentro la sua divisa fissa: jeans tagliati corti del fratello grande e maglietta lisa. La bici puzzava di ruggine sgretolata, di usato, proprio come i suoi mocassini di due taglie piu in là e dalle suole logore per le mille frenate coi piedi.

 

Sotto le ruote, uno ad uno, i chilometri di lacrime controvento se ne andavano via veloci in una splendida passerella dinanzi al Paraticchio. Adorava rompere i coglioni a chiunque, Rino, zompava il cappello ai vecchi e sputava ai rari turisti di passaggio. Ma la cosa che gli piaceva di più, era andare sul braccio del porto, tuffarsi dal trabucco e restare con le mutande bagnate sugli scogli imporporati dal sole.

 

Aveva gli esami di terza media quell’anno, Rino, una meta raggiunta grazie all’influenza miracolosa della Madonna sotto al campanile, ≪Quella con le mani alzate≫ come diceva zia Rosaria, ≪quella che quando interviene, se interviene, lo fa in silenzio e si cuce poi la bocca!≫ Insieme alla Madonnina, una grossa mano a Rino era arrivata anche dal professor Spadaro, il quale non aveva mai smesso di stargli vicino e di passargli poesie.

 

Erano versi che Rino fingeva di rifiutare ma che, segretamente, riportava sulla carta della carne. Il poeta preferito dal professore era Bodini del quale Rino conosceva ogni verso a memoria, versi che Rino pero ripeteva a voce bassa, tanto per non farsi dare del ricchione dagli amici di scorribande. ≪Cade a pezzi a quest’ora nelle terre del sud un tramonto di bestia macellata, l’aria è piena di sangue.≫ Gli ricordavano il suo lavoro, forse per questo li amava così tanto.

 

Si presentò agli esami in perfetto ritardo, con il look di sempre e il solito fare da bullo strafottente, infilò il culo stretto nel banco e con la penna poggiata sull’orecchio sinistro, si mise a fissare la commissione come si fissa un plotone d’esecuzione. Traccia: “Descrivete le bellezze storico-artistiche della vostra citta con precisi riferimenti e metafore”.

 

Partirono tutti tranne Rino. Il professor Spadaro, allora, sfidò lo sguardo del ragazzo della carne come in un film western di Sergio Leone e sparo per primo, ≪Muoviti, che aspetti!≫ Per Rino fu lo start.

 

Svolgimento: “Le bellezze storico-artistiche della mia città sono assai. La cattedrale di Santa Maria Maggiore per esempio, è bianca bianca come un filetto di pollo arrostito, il gigante invece, Eraclio per capirci, è tutto di bronzo, durissimo come le ossa delle spancelle. Molto bella è pure la chiesa del Santo Sepolcro, so che apparteneva ai Templari. I Templari sono anche il nome del ristorante dove abbiamo festeggiato la comunione di mia sorella piccola. Davanti, la chiesa è un poco sporca devo dire, sembra lardo di Colonnata affumicato. Infine sta palazzo della Marra, quello che abbiamo visto alla gita istruttiva: tiene il balcone al centro tutto riccioluto, assomiglia al macinato quando esce dalla macchinetta della salsiccia. Ma la cosa che mi piace di più della mia città è il tramonto, cade a pezzi ad una certa ora sulla terra del sud e sembra una bestia macellata. L’aria diventa piena di sangue. Fine”.

 

Fu una bocciatura senza appello quella che si beccò Rino:
“Cattivo gusto”, la sentenza della professoressa Sciancalepore, presidente di commissione che ignorò, per ignoranza, il fatto che quel figlio di puttana di Rino si fosse appropriato dei versi di Bodini senza nemmeno citarlo. Quell’anno pero la scuola bocciò non soltanto Rino e le speranze del professor Spadaro. Bocciò anche Bodini, di cui, evidentemente, non conosceva nemmeno l’esistenza. Ma la scuola è così, se non le assomigli ti respinge. Pochi giorni dopo, al pian terreno dell’istituto “Giuseppe De Nittis” di via Liberta, furono appesi ai muri i quadri per l’ammissione agli orali. Rino, in mezzo a quella calca, riuscì a leggere appena il suo NON AMMESSO, nient’altro. Si sentì perdere fiato, svuotato di ossa e muscoli, incapace di muovere qualunque arto e immobilizzato come un moscerino dentro colla bollente.

 

La sera stessa il padre lo avrebbe stroppiato di mazzate col classico menù: cinghiate dalla arte della fibbia e anelli delle mani rivoltati. Quando la cosa accadde però, Rino trovò per ogni colpo la forza di stamparsi addosso un sorriso malandrino e beffardo.
I lividi in fondo, li stava spartendo con Bodini!