La notte in cuccetta.

LA NOTTE IN CUCCETTA.

 

La notte in cuccetta fu lunga e tormentata. L’odore stantio, la parete dello scompartimento ribaltata e trasformata in letto sopra di me, le stampe finto antico delle città italiane a mo’ di soffitto. I cuscini quadrati, le federe ruvide, la pelle marrone del giaciglio, il suo rovente tessuto a scacchetti rossi. Luci gialle di stazioni smitragliate in corsa oltre la tenda, nomi di città gracchiati da remoti altoparlanti.

 

Tenere chiusa la porta «ancora entra qualche malintenzionato» e – d’accordo – chiuso in inglese si dice CLOSED, in francese FERME’, ma perché mai in tedesco è ZU?

 

Quelli che salgono a Foggia alle due di notte e accendono la luce, e i cestini comprati attraverso il finestrino dai venditori sulla banchina, e panini abnormi che escono dalle borse delle donne e «favorite?» La luce che si spegne ma resta sempre un poco accesa, e quella piccola, per leggere, minuscola plafoniera ingiallita con gli insetti morti dentro, sulla parete accanto alla mia testa, da azionare con un interruttore a levetta.

 

Il frammento metallico che rotola irreparabilmente in un’intercapedine da qualche parte, forse direttamente nel mio cervello, impedendomi di dormire o di pensare ad altro, anche quando tace, perché nel silenzio fra un rotolio e l’altro resto immobile e riesco solo a pensare a quando si muoverà di nuovo. E la netta sensazione che un capitolo della mia vita si stava chiudendo e se ne stava aprendo un altro.

 

Partii che era estate, arrivai d’inverno. Al risveglio, nel corridoio, io e altra gente invecchiata di dieci anni guardammo attraverso il finestrino come fosse l’alba di un nuovo mondo, e noi i superstiti di una guerra atomica. Come se dopo quella notte d’inferno anche quel paesaggio lunare, incolore, antelucano, potesse essere gravido di promesse. E così fu.

 

(Da “13 sotto il lenzuolo” di Giuliano Pavone, Marsilio, 2012)
GIULIANO PAVONE